LA MORTE CARDIACA IMPROVVISA: UNA SFIDA ANCORA APERTA

di Gerardo Nigro
Evidenze incomplete, nuovi marker predittivi e cultura della defibrillazione precoce: il contrasto alla morte cardiaca improvvisa richiede oggi un approccio integrato tra ricerca clinica, tecnologia e comunità; dal rischio aritmico nella sindrome di Brugada alle nuove frontiere del machine learning, fino alla prevenzione territoriale: al Congresso ANMCO 2026 il punto su criticità, prospettive e strategie per ridurre una mortalità ancora troppo elevata.

Nella giornata conclusiva del Congresso ANMCO 2026 è stato dedicato uno spazio al tema della morte cardiaca improvvisa. I dati epidemiologici dicono che la morte cardiaca improvvisa resta un problema di salute pubblica globale molto importante, con un tasso di mortalità che è rimasto invariato negli ultimi 25 anni. È quindi un tema attuale, su cui ci sono ancora tante ombre.

Esemplificativo di ciò è la sindrome di Brugada, oggetto della prima relazione, argomento ancora oggi controverso, su cui mancano molte evidenze. Innanzitutto, l’esistenza di fenocopie in molte condizioni cliniche può rendere la definizione di pattern Brugada complicata.

Oggi tutti sappiamo come la presenza di un pattern ECG Brugada tipo 1 sia associata a un incrementato rischio di morte cardiaca improvvisa; tuttavia, non ci sono riscontri che tale pattern sia causa della morte cardiaca improvvisa. Inoltre, la definizione del rischio aritmico nel paziente con Brugada è difficile dal momento che il pattern ECG-grafico tipico è spesso presente in maniera intermittente e ciò rende impossibile determinare il numero esatto di pazienti che presentano un pattern ECG di tipo 1 nella popolazione generale, informazione imprescindibile per calcolare il rischio di eventi. Un altro aspetto che è stato sottolineato è la mancanza di studi controllati che diano risultati conclusivi in termini di outcome dei vari trattamenti (impianto ICD/ablazione transcatetere). I relatori raccomandano quindi prudenza nell’approcciarsi al paziente portatore di tale pattern ECG. Il tema della predizione del rischio aritmico è stato poi approfondito in un intervento successivo.

La maggior parte dei casi di morte cardiaca improvvisa è dovuta ad aritmie ventricolari, che avvengono più frequentemente in presenza di un substrato favorevole (come coronaropatia o scompenso cardiaco) su cui vari triggers possono scatenare gli eventi. Le principali indicazioni all’impianto di ICD per la protezione dalla morte cardiaca improvvisa sono: storia di aritmie ventricolari maligne sostenute, severa disfunzione ventricolare, cardiopatia ischemica ad alto rischio. C’è però una fetta di pazienti che esulano da queste categorie e che rappresentano una quota importante di pazienti che vanno incontro a morte cardiaca improvvisa. Per questo è necessaria una stratificazione del rischio è più. In questo senso, sono stati proposti degli score di rischio che prendono in considerazione alterazioni ECG, oppure reperti di RMN cardiaca o di altre metodiche che correlano con un aumento del rischio. Ma ciò non basta, perché le aritmie maligne sono processi complessi e dinamici che devono essere ancora del tutto compresi. Recenti evidenze hanno dimostrato come due nuovi markers ECG-derivati, il Regional Restitution Instability Index (R2I2) e il Peak ECG Restitution Slope (PERG), correlino con un aumentato rischio di aritmie ventricolari/morte cardiaca improvvisa. Essi sono oggetto dello studio osservazionale prospettico britannico MINERVA, tutt’ora in corso. Infine, molto promettenti sono i primi dati sull’implementazione del machine learning che, partendo da dati clinici, elettrocardiografici e di imaging, può predire eventi di morte cardiaca improvvisa. Si tratta di una tecnologia che ha bisogno di dataset di grandi dimensioni e di buona qualità, ma potrà essere d’ausilio nel futuro prossimo.

Rimanendo in tema di prevenzione della morte cardiaca improvvisa, durante un’altra relazione è stato propugnato un cambio di paradigma: per troppi anni è stata centrale la cultura della prevenzione di pazienti selezionati considerati ad alto rischio. Ma i dati di mortalità affermano che ciò non basta, ma va integrata con la costruzione di una rete di protezione e prevenzione comunitaria. Non bisogna dimenticare che determinante nella sopravvivenza post-arresto cardiaco è l’intervento precoce, extra-ospedaliero. L’evoluzione dell’arresto cardiaco prevede 3 fasi: la fase elettrica, la fase circolatoria e quella metabolica. I dati provenienti da vari Paesi del mondo mostrano inequivocabilmente che intervenire nella prima fase con una defibrillazione efficace (quando indicata) aumenta significativamente le chance di sopravvivenza. Questo è stato il razionale che ha portato allo sviluppo del Progetto Vita. Per fare ciò è importante formare una “rete di defibrillazione precoce”. Nell’ambito di suddetto progetto, ad esempio, è stato intrapreso un programma di formazione trasversale dei cittadini che sono stati educati al riconoscimento dell’arresto cardiaco e all’uso del defibrillatore. Tutto questo associato a una diffusione capillare di defibrillatori esterni sul territorio. Il Progetto Vita è stato di ispirazione per la legge italiana n.166 del 2021 che si propone di aumentare il numero di defibrillatori esterni sul territorio e nei diversi contesti pubblici, di responsabilizzare il cittadino al soccorso in caso di necessità, di sensibilizzare, educare e formare la popolazione sul tema, di integrare l’azione del cittadino con l’intervento dei soccorsi e delle forze dell’ordine.

Le relazioni presentate al Congresso ANMCO 2026 hanno evidenziato quanto la morte cardiaca improvvisa resti una sfida complessa e ancora in parte irrisolta. Se da un lato la ricerca sta affinando gli strumenti di stratificazione del rischio attraverso nuovi biomarcatori e modelli predittivi avanzati, dall’altro emerge con forza la necessità di un approccio più ampio, che coinvolga il territorio e la popolazione generale. La prevenzione efficace passa infatti non solo dalla tecnologia e dalla selezione dei pazienti più fragili, ma anche dalla capacità di garantire interventi rapidi e diffusi nella comunità, trasformando ogni cittadino in un potenziale primo soccorritore.

Gerardo Nigro
Gerardo Nigro