Questa sessione moderata dai Dott. Pasquale Caldarola e Loris Roncon viene aperta da Gianfranco Sinagra che pone l’accento sulla definizione e valorizzazione della presentazione clinica del paziente affetto da miocardite. La miocardite è una malattia complessa ed eterogenea per eziologia, presentazione ed evoluzione. La gravità della presentazione clinica iniziale influenza l’indicazione al ricovero ospedaliero, in centri Hub nelle forme più significative. Il 20-30% delle forme decorre asintomatica; il 20-30% con dolore toracico; il 20-30% esordisce con scompenso cardiaco; circa il 10% si presenta con scompenso cardiaco acuto. È fondamentale ricordare che alcuni pazienti evolvono da una classe all’altra e i pazienti verso cui porre particolare attenzione sono coloro che esordiscono in maniera insidiosa, ad es. con forma aritmica. Per la necessità di caratterizzare la forma da un punto di vista eziopatogenetico è fondamentale l’imaging multimodale integrato (“cardiomiopathy mindset approach”) e, nei casi peggiori la biopsia endomiocardica (nelle linee guida non c’è competizione tra RMN miocardica e BEM!).
Piero Gentile prosegue sottolineando il valore aggiunto della genetica: si sta assistendo ad una piccola “rivoluzione”, partendo dall’osservazione che spesso la miocardite può essere la prima manifestazione clinica di una sottostante cardiomiopatia, specie quando presenti mutazioni dei geni desmosomiali. Pertanto, le linee guida europee delle sindromi miopericardiche del 2025 consigliano il test genetico in classe IIaB nei casi di: storia familiare di sindrome miopericardica, cardiomiopatia, aritmie ventricolari, LGE sinistro/destro significativo (pattern “ring-like”, LGE settale), disfunzione ventricolare sinistra persistente, miocardite ricorrente, elevazione persistente della troponina, pericardite ricorrente refrattaria alla terapia. Alcuni geni che contribuiscono alla regolazione immune possono favorire forme di pericardite.
Barbara Maria Teresa Mabritto affronta il tema del cambio di paradigma nel percorso diagnostico delle sindromi miopericardiche. Si parte sempre dal ruolo principe dell’ecocardiografia (reperti aspecifici, reperti più comuni quali dilatazione ventricolare sinistra, disfunzione sisto-diastolica, alterazioni cinetiche spesso inferiori-inferolaterali, trombi, versamento pericardico/fisiologia costrittiva), inclusa la valutazione dello strain longitudinale. Il cuore della diagnosi non invasiva è la RMN miocardica, per la propria capacità di caratterizzazione tissutale (edema, iperemia, necrosi) e mappaggio. Questo approccio presenta vantaggi (iter diagnostico aderente alla realtà clinica, miglioramento dell’accuratezza diagnostica, dati di prognosi e strumento di monitoraggio nel follow-up) e criticità (allungamento dei tempi di degenza quando RMN non disponibile, scarsità della rete capillare di diagnostica non invasiva avanzata, creazione dell’expertise nella diagnostica RMN-relata). La biopsia endomiocardica è consigliata in classe IC nei pazienti ad alto rischio (shock cardiogeno/scompenso cardiaco acuto, dispnea classe NYHA III-IV refrattaria alla terapia medica, arresto cardiaco o sincope, fibrillazione ventricolare o tachicardia ventricolare sostenuta, blocco atrioventricolare di alto grado). In alcuni casi selezionati ci si può avvalere di PET (soprattutto nel sospetto di sarcoidosi) e TC (esclusione di coronaropatia, valutazione pericardio, calcificazioni, masse, malattie pleuropolmonari concomitanti).
