IL CUORE DEL PROBLEMA: LA RIVOLUZIONE NELLA GESTIONE DEL RISCHIO CARDIOVASCOLARE

di Ilaria Maraschi
Obesità, infiammazione e nuove terapie: il rischio cardiovascolare si combatte partendo dal peso corporeo.

Nella Sala Polis del 57° Congresso Nazionale ANMCO si è tenuto un Luncheonpanel di grande attualità dedicato alla rivoluzione nella gestione del rischio cardiovascolare, moderato dal Dott. Massimo Grimaldi e dalla Dott.ssa Daniela Aschieri. Al centro del dibattito un concetto ormai sempre più chiaro alla cardiologia moderna: obesità e rischio cardiovascolare rappresentano due facce della stessa medaglia.

Il Dott. Claudio Bilato ha aperto la sessione affrontando la fisiopatologia del danno cardiovascolare nel paziente con obesità, sottolineando come il fenomeno sia estremamente complesso e multifattoriale, coinvolgendo meccanismi metabolici, neuro-ormonali, emodinamici e infiammatori.
Negli ultimi anni, come evidenziato dai registri BRING – UP e dagli studi epidemiologici presentati, la prevalenza di sovrappeso, obesità e diabete è cresciuta in maniera significativa, contribuendo all’incremento del carico cardiovascolare globale. L’obesità non rappresenta infatti soltanto un fattore estetico o metabolico, ma una vera e propria malattia infiammatoria cronica capace di modificare struttura e funzione del sistema cardiovascolare.
Particolarmente interessante il focus sul tessuto adiposo epicardico, oggi considerato un vero organo metabolicamente attivo. Se in età giovanile può svolgere un ruolo protettivo e termoregolatorio, con il tempo diventa invece fonte di mediatori pro-infiammatori in grado di favorire aterosclerosi, fibrosi miocardica e instabilità elettrica. L’obesità crea infatti un substrato proaritmico importante, associato sia alla fibrillazione atriale sia alla morte cardiaca improvvisa.
Il relatore ha inoltre ricordato come esista una correlazione lineare tra aumento del peso corporeo e irrigidimento delle camere cardiache, con progressiva alterazione della funzione diastolica e aumento del rischio di scompenso cardiaco, in particolare HFpEF. L’aterosclerosi stessa viene oggi interpretata sempre più come una malattia infiammatoria cronica, alimentata dall’insulina resistenza e dalla disfunzione adiposa.

La seconda relazione, tenuta dal Dott. Giuseppe Musumeci, ha affrontato uno dei temi più innovativi del congresso: il ruolo della tirzepatide nella riduzione del peso corporeo e nella modifica del rischio cardiovascolare.
Il messaggio è stato estremamente chiaro: per ottenere una reale riduzione degli eventi cardiovascolari avversi non basta perdere pochi chilogrammi, ma è necessario raggiungere cali ponderali significativi, superiori al 15%. Ed è proprio in questo scenario che si inserisce la tirzepatide, doppio agonista recettoriale GIP/GLP-1, capace di produrre una riduzione del peso senza precedenti.
I dati del programma SURMOUNT hanno dimostrato risultati particolarmente impressionanti: già il dosaggio da 5 mg, generalmente utilizzato come dose di mantenimento, consente riduzioni ponderali intorno al 15%, mentre i dosaggi superiori possono superare il 20% di perdita di peso corporeo. Parallelamente si osservano miglioramenti significativi della pressione arteriosa, del profilo lipidico, della glicemia e dell’infiammazione sistemica.
Grande attenzione è stata dedicata anche alla gestione pratica della terapia. La titolazione graduale, iniziando da 2,5 mg per quattro settimane prima di incrementare progressivamente il dosaggio, permette infatti di migliorare la tollerabilità gastrointestinale. Nausea, vomito e diarrea risultano nella maggior parte dei casi eventi transitori, prevalentemente legati alla fase iniziale della terapia.
Molto interessante anche il richiamo all’esperienza organizzativa del PDTA dedicato all’obesità e alla cardiopatia sviluppato presso l’Ospedale Mauriziano di Torino, esempio concreto di integrazione multidisciplinare nella gestione del rischio cardiovascolare.

La terza relazione, affidata al Dott. Alberto Menozzi, ha approfondito gli effetti cardiovascolari della tirzepatide attraverso i dati degli studi SUMMIT e SURPASS-CVOT.
La tirzepatide esercita un’azione multiorgano complessa grazie al doppio agonismo GIP/GLP-1. Oltre alla riduzione del peso corporeo, il farmaco migliora sensibilità insulinica, assetto lipidico, pressione arteriosa e stato infiammatorio, agendo plausibilmente anche attraverso effetti diretti sui recettori presenti a livello cardiaco ed endoteliale.
Particolare interesse hanno suscitato i risultati dello studio SUMMIT, condotto in pazienti con scompenso cardiaco a frazione di eiezione preservata e obesità. Lo studio ha dimostrato una significativa riduzione dell’endpoint primario composito di morte cardiovascolare o peggioramento dello scompenso cardiaco, accompagnata da un netto miglioramento della capacità funzionale, della classe NYHA e della distanza percorsa al test del cammino dei sei minuti.
Importanti anche i dati relativi alla riduzione dell’infiammazione sistemica, documentata attraverso il calo della PCR, e al miglioramento della funzionalità renale, confermando come la terapia dell’obesità possa ormai essere considerata parte integrante della prevenzione cardiovascolare moderna.
Infine, i dati preliminari del SURPASS-CVOT hanno mostrato la non inferiorità cardiovascolare della tirzepatide, rafforzando ulteriormente il concetto che i nuovi farmaci incretinici rappresentino non solo terapie metaboliche, ma veri strumenti di protezione cardiovascolare globale.

La sessione ha quindi delineato un cambio di paradigma ormai evidente: il trattamento dell’obesità non può più essere considerato separato dalla cardiologia. Ridurre il peso significa oggi ridurre infiammazione, aterosclerosi, scompenso cardiaco, fibrillazione atriale ed eventi cardiovascolari maggiori. Una rivoluzione culturale e terapeutica che sta ridefinendo il futuro della prevenzione cardiovascolare.

 

Ilaria Maraschi