La sessione “How To” di oggi, tenutasi nella sala dei Bastioni, è stata dedicata alle patologie infiammatorie cardiache, abilmente riassunte dalla Professoressa Chimenti. La prima parte della discussione si è focalizzata sulle miocarditi. In primo luogo, sono stati ricordati i criteri diagnostici di tale patologia e le sue numerose cause, la più frequente della quali è l’infezione virale. Nonostante non vi sia stato un aumento significativo dell’incidenza di miocarditi, si è notato un miglioramento nella capacità diagnostica, soprattutto dopo la pandemia di Covid-19.
Il gold standard per la diagnosi rimane la biopsia endomiocardica (BEM), pur essendo da riservare solo a casi selezionati, in quanto circa la metà di questi si risolve spontaneamente. La BEM va quindi riservata solo ai casi di miocardite fulminante, in caso di evoluzione negativa, nonostante le terapie impostate, quando si sospetta una malattia autoimmune sottostante o c’è il forte sospetto di una forma specifiche quali la gigantocellulare, l’eosinofila, o secondaria all’utilizzo di immuno-checkpoint inibitori.
Per quanto riguarda l’approccio diagnostico-terapeutico, viene ricordato come questo sia guidato dal tipo di presentazione clinica all’esordio di malattia. Aldilà delle forme fulminanti che vanno prontamente riferite ai centri hub e all’esecuzione della BEM, per le forme a intermedio e basso rischio, la risonanza magnetica (RM) diventa importante per la diagnosi e la stratificazione del rischio, permettendo di identificare l’estensione dell’edema. I pazienti a rischio intermedio vanno attenzionati maggiormente, in quanto possono rapidamente progredire verso forme più severe, al contrario, le forme a rischio basso tendono ad autolimitarsi e non necessitano in genere di un monitoraggio intensivo.
La terapia della miocardite è prevalentemente sintomatica e anch’essa dipendente dalla presentazione clinica. Le terapie specifiche sono limitate e necessitano di una diagnosi precisa per poter essere attuate. Viene ribadito come le terapie antivirali siano poco efficaci in questi contesti, poiché il danno è principalmente immunomediato.
Riguardo all’utilizzo della terapia immunosoppressiva, essa andrebbe intrapresa solo dopo aver escluso la presenza di infezioni virali attive ed è indicata nelle forme legate a malattie autoimmuni e nei casi di miocardite linfocitaria virus-negativa. Tra i diversi trial a disposizione sull’argomento, si ricorda in particolare il TIMIC trial del 2009, che ha confermato l’efficacia della terapia immunosoppressiva nel ridurre l’infiammazione e migliorare l’outcome clinico nelle miocarditi linfocitarie virus-negative. I dati del follow-up a 20 anni pubblicati nel 2022 hanno confermato i benefici a lungo termine di questa terapia.
Riguardo alle forme di miocardite fulminante, l’uso della terapia immunosoppressiva andrebbe riservato solo ai casi con severa disfunzione sistolica, instabilità emodinamica e/o elettrica, non essendo al momento disponibili dati robusti in letteratura che ne supportino l’utilizzo. A tal proposito bisognerà attendere i risultati dei due trial attualmente in corso sul tema: il MYTHS e il MYTHS-MR trial.
L’ultima parte della sessione è stata dedicata alle pericarditi, ricordandone i criteri diagnostici e il trattamento standard e ribadendo come a volte il processo infiammatorio possa estendersi anche al miocardio. In questi casi per classificare la patologia in modo corretto occorre valutare quale dei due quadri clinici sia il prevalente.
La sessione si è conclusa con un interessante approfondimento sull’utilizzo dell’anakinra nel trattamento delle forme di pericardite ricorrente, non responsive alla terapia classica con FANS e colchicina. La sua azione di inibitore dell’interleuchina 1 (IL-1), sembra infatti efficace nel ridurre l’infiammazione e limitare i danni al tessuto cardiaco ed è attualmente prescrivibile a carico del SSN per le forme di pericardite idiopatica ricorrente, dipendenti dallo steroide e resistenti alla colchicina.
