Nella Sala Tempio 2 moderata dal Dott. Filippo Ottani e il Dott. Massimo Milli si è tenuta la seconda sessione del corso avanzato “Il reparto e il territorio due facce della stessa medaglia – parte 2”. Una novità assoluta di quest’anno, la partecipazione dei Medici di Medicina Generale al Congresso ANMCO, ha riscosso una grande adesione con un’aula gremita di MMG che hanno interagito con i relatori.
Il Dott. Stefano Aquilani, cardiologo specializzato in elettrofisiologia, ha iniziato i lavori della seconda sessione parlando dell’interazione dei medici di medicina generale con gli elettrofisiologi ospedalieri per la gestione dei pazienti portatori di device con possibilità anche di controllo remoto. Gli impulsi innovatori dell’ingegneria biomedica hanno portato negli ultimi anni a numerose innovazioni nell’ambito cardiologico dei device impiantabili, con la possibilità di eseguire il monitoraggio remoto sia a livelli aritmologico che di parametri dello scompenso, tale avanzamento tecnologico è stato anche oggetto di progettualità del PNNR.
È molto importante rivalutare precocemente ed in maniera standardizzata i pazienti dopo impianti di device, per le possibili complicanze quali: sposizionamento dei cateteri elettrodo ed infezioni della tasca e/o dei componenti del device, potendo interagire con il centro che ha eseguito l’impianto e anche attraverso il monitoraggio a distanza, il quale ci aiuta nella gestione clinica di pazienti spesso molto complessi.
Sono state poi descritte le nuove possibilità di monitoraggio remoto con monitoraggio elettronico a distanza dai device impiantati, e come questa tecnologia ampia l’interazione tra ospedale e territorio. Ovviamente non va confuso come la possibilità di una risposta online 24/24 ore, ma come controllo con possibilità di rivedere i tracciati in concomitanza dei sintomi.
Si possono rapidamente recuperare delle informazioni utili per la gestione clinica e farmacologica del paziente. Alla domanda di un MMG se c’è qualcuno che controlla i monitoraggi remoti in tempo reale la risposta è stata che ogni centro deve spiegare bene come funziona il sistema al paziente con il proprio modello organizzativo, facendo firmare un consenso informato. Ad esempio, se un portatore di Device ha uno shock o dispnea o un altro sintomo importante, va gestito con il pronto soccorso, non può ricorrere al monitoraggio remoto.
Generalmente il monitoraggio a distanza manda degli alert su episodi aritmici quali ad esempio FA di nuova insorgenza ed il tecnico o l’infermiere dedicato informa il medico elettrofisiologo, che chiama il paziente ed attua una modifica terapeutica, ad esempio, inizia l’anticoagulazione con DOAC. I canali emergenza e urgenza vanno attivati su acuzie sintomatiche come se non avesse il Device.
La seconda relazione della Dott.ssa Bertè ha affrontato un argomento estremamente delicato e toccante per noi medici e per i pazienti: la gestione del fine vita nelle patologie cardiologiche.
È in aumento esponenziale la problematica legata al crescente numero di persone anziane croniche che vivono e sopravvivono più a lungo, anche se affetti da patologie cardiache importanti i pazienti sono sempre più anziani e comorbidi.
La collega pone all’audience una domanda toccante: come vorresti morire improvvisamente nel sonno o per malattie lente oncologiche o con una lunga storia di demenza? La platea risponde in maniera concorde sulla morte repentina e non lunga e con demenza. Dopo la domanda illustra i dati epidemiologici del mondo reale, in realtà in Italia e anche nel mondo, la morte più frequente è quella per demenza e le persone muoiono più spesso in ospedale e non a casa loro purtroppo.
Le cure palliative non sono appannaggio delle malattie oncologiche ma anche dello scompenso cronico, che ha un andamento simile al malato oncologico. Lo scompenso cardiaco ha un andamento ad onde, per questi pazienti è difficile morire, il percorso di cronicità è pieno di scelte che condizionano il luogo e il tempo e il modo di morire. Esistono delle linee guida della SIAARTI nei pazienti che hanno frequenti ricoveri, perdita di recupero funzionale e peggioramento clinico mei quali vanno attivate le cure palliative.
Nella storia di malattia dei nostri pazienti ci confrontiamo pochissimo con il paziente e con la famiglia concentrandoci sulla salute del paziente. Alcune volte cambiare percorso ed indirizzo del paziente conviene più che ospedalizzarlo, cambiando la qualità della vita.
Nei 4 pilastri della terapia palliativa troviamo il supporto terapeutico e quello psicologico, ma soprattutto la pianificazione condivisa delle cure, per cercare di capire quale sia la volontà del paziente; tutta la equipe medica deve attenersi alla volontà del paziente.
Tema particolare è quello della disattivazione dei dispositivi, che presenta un dilemma bioetico: molti ritengono bioeticamente utile disattivare ICD per evitare scariche e prolungare l’agonia del paziente, invece, non è etico staccare il pacemaker.
La collega conclude dicendo che lei gestisce una unità complessa in ospedale, ma che la consulenza del palliativista può essere richiesta anche a domicilio dal medico di medicina generale, per affrontare nel miglior modo possibile con il malato e con i familiari il fine vita.
Tre principi utili in una relazione di cura nel fine vita sono: appropriatezza, proporzionalità e consensualità, ricordandoci sempre che esiste un limite biologico oltre il quale nessun farmaco e nessun device può prolungare la vita.
