La “Controversia”, moderata dal Dott. A. Murrone, ha affrontato uno dei temi più discussi della moderna prevenzione cardiovascolare: il ruolo dei nutraceutici nei pazienti a basso rischio cardiovascolare che rifiutano una terapia farmacologica tradizionale.
Attraverso un vivace confronto tra posizioni favorevoli e critiche, il Dott. N. Vitulano e il Dott. C. Bilato hanno discusso vantaggi, limiti ed evidenze scientifiche legate all’utilizzo dei nutraceutici nella pratica clinica quotidiana.
Ad aprire il dibattito è stato il Dott. N. Vitulano, che ha illustrato i possibili benefici della nutraceutica nei pazienti giovani, a basso rischio cardiovascolare e privi di danno d’organo, soprattutto quando il paziente rifiuta un trattamento farmacologico convenzionale. Il relatore ha ricordato come il primo approccio debba sempre essere rappresentato dalla modifica dello stile di vita, con particolare attenzione all’alimentazione, all’attività fisica e alla correzione dei fattori di rischio cardiovascolare. La nutraceutica, nata dall’integrazione tra nutrizione e farmacologia, comprende sostanze di origine naturale con potenziali effetti benefici sul metabolismo lipidico e sull’infiammazione cardiovascolare. Tra i principali composti discussi figurano berberina, fitosteroli, fieno greco, olea europea e altre formulazioni combinate in grado di esercitare effetti ipolipemizzanti, antiinfiammatori e cardioprotettivi. Secondo il relatore, anche una riduzione relativamente modesta dei livelli di colesterolo LDL può tradursi in un beneficio cardiovascolare significativo nel lungo termine. Tuttavia, è stato ribadito che le Linee Guida internazionali non raccomandano i nutraceutici come alternativa alle terapie ipolipemizzanti quando sia necessario ottenere una riduzione importante del colesterolo LDL. Sono stati presentati diversi studi clinici e osservazionali su formulazioni nutraceutiche, tra cui preparati contenenti berberina e fitosteroli. In alcune analisi si è osservata una riduzione del colesterolo LDL variabile tra il 7% e il 19% nei primi mesi di trattamento, soprattutto quando il nutraceutico veniva associato a una corretta attività fisica e a uno stile di vita adeguato per poi aumentare quando la compliance del paziente sulla modificazione dello stile di vita veniva meno. Particolare attenzione è stata dedicata agli studi su pazienti giovani senza malattia aterosclerotica documentata, nei quali i nutraceutici hanno mostrato una moderata efficacia nella riduzione del colesterolo LDL, pur senza effetti significativi su HDL e trigliceridi. Il relatore ha concluso sottolineando come il futuro della nutraceutica possa orientarsi verso formulazioni sempre più personalizzate, anche grazie all’utilizzo delle nanotecnologie, con un possibile ruolo nei pazienti giovani, a basso rischio, intolleranti alle statine o non candidabili a una terapia farmacologica tradizionale.
La seconda relazione, affidata al Dott. C. Bilato, ha invece analizzato criticamente i limiti e le problematiche legate all’impiego dei nutraceutici. Secondo il relatore, uno dei principali problemi è rappresentato dalla mancanza di una regolamentazione rigorosa, dall’eterogeneità delle formulazioni disponibili e dalla scarsità di solide evidenze scientifiche sugli endpoint cardiovascolari maggiori. Sono stati inoltre evidenziati i limiti relativi ai costi, all’accessibilità, al marketing e alla scarsa conoscenza delle possibili interazioni farmacologiche. Richiamando le più recenti Linee Guida internazionali, il relatore ha ricordato come i nutraceutici non siano attualmente raccomandati come strategia primaria per la riduzione significativa del rischio cardiovascolare. Ampio spazio è stato dedicato ad alcune formulazioni particolarmente diffuse, come gli omega-3 e il riso rosso fermentato. Quest’ultimo contiene monacolina K, una sostanza strutturalmente simile alla lovastatina, che può determinare effetti collaterali epatici e muscolari analoghi alle statine. Sono stati presentati studi nei quali alcune formulazioni nutraceutiche hanno mostrato riduzioni modeste del colesterolo LDL, senza tuttavia dimostrare una chiara riduzione degli eventi cardiovascolari maggiori. Il relatore ha inoltre sottolineato come il beneficio reale dipenda sempre dal profilo di rischio del paziente, dai livelli iniziali di colesterolo LDL e dall’obiettivo terapeutico da raggiungere. Secondo quanto discusso, i nutraceutici potrebbero trovare un limitato spazio esclusivamente nei pazienti molto selezionati: soggetti giovani, con SCORE2 di rischio inferiore al 2%, valori moderatamente elevati di colesterolo non-HDL e assenza di altri fattori di rischio non controllati. Le conclusioni della relazione hanno ribadito la necessità di evitare approcci semplicistici e di non “abdicare” alle statine quando realmente indicate. Fondamentale rimane la personalizzazione del trattamento, la valutazione dell’efficacia clinica e il dialogo condiviso con il paziente.
La discussione finale tra i relatori e il moderatore ha acceso un vivace confronto sui pro e contro della nutraceutica. Pur partendo da posizioni differenti, il dibattito ha portato a una conclusione condivisa: nel paziente giovane, a basso rischio cardiovascolare, senza danno d’organo e con valori di colesterolo non estremamente elevati, che rifiuta categoricamente una terapia farmacologica tradizionale, l’utilizzo ragionato di nutraceutici associato a uno stile di vita corretto può rappresentare una strategia migliore rispetto alla totale assenza di trattamento. La sessione ha evidenziato come anche nell’ambito della nutraceutica sia fondamentale un approccio basato sull’evidenza scientifica, sulla personalizzazione terapeutica e su una corretta selezione dei pazienti.
