In una sala Agorà piena a fine mattinata si è tenuta una interessantissima main session sulla risonanza magnetica del cuore che era volta a dare istruzioni d’uso per il cardiologo clinico. L’interpretazione di una risonanza magnetica è un argomento sempre più importante vista la diffusione della risonanza magnetica cardiaca nella pratica clinica cardiologica. I relatori, esperti di risonanza magnetica cardiaca, attraverso 4 intense relazioni hanno mostrato i dati dell’importanza della RMN cardiaca in vari setting clinici, ma soprattutto il suo ruolo nella cardiopatia ischemica acuta e cronica e nelle cardiomiopatie.
Nella cardiopatia ischemica è importante sia l’uso della RMN da stress per la valutazione della disfunzione microvascolare e per induzione di ischemia, ma anche la RMN a riposo può essere utile per la riclassificazione del rischio nel post infarto ove può valutare l’edema intraparietale con acquisizioni T2 pesate, la cinetica segmentaria con le sequenze cine e il burden di fibrosi. Inoltre, la RMN ci permette in caso di ischemia acuta di valutare il danno microvascolare post ischemico e di fare diagnosi di complicanze meccaniche dell’infarto quali trombosi endoventricolare, ematoma intramurale, rottura di parete. Non ultimo la Risonanza magnetica cardiaca è fondamentale per la diagnosi differenziale tra cardiopatia ischemica acuta e miocarditi, Minoca e Sindrome di Tako Tzubo. La risonanza magnetica cardiaca è in classe I ed è fondamentale per la diagnosi delle miocarditi.
Nelle cardiomiopatie ormai non si può fare più a meno della RM cardiaca nella diagnosi ad esempio di cardiomiopatia dilatativa, serve oltre che per la diagnosi anche per la stratificazione del rischio, con la identificazione della fibrosi e del suo burden per decidere un eventuale alto rischio aritmico e per valutare l’impianto del defibrillatore. Alcune malattie come le cardiomiopatie da patologie infiltrative (malattia di Fabry) e la cardiomiopatia aritmogena necessitano di una diagnosi attraverso la caratterizzazione tissutale. Nella diagnosi di cardiopatia aritmogena inoltre è fondamentale la risonanza magnetica soprattutto per evidenziare il coinvolgimento del ventricolo sinistro che caratterizza una prognosi negativa ad alto rischio del paziente. Nell’ambito delle valvulopatie l’uso della RMN cardiaca non è di routine, ma ci sono in corso studi sull’utilità della RMN.
La risonanza magnetica cardiaca deve essere svolta in un network in cui il collega cardiologo esperto di imaging collabora con il radiologo e il tecnico di radiologia per mirare l’esame al quesito clinico attraverso le sequenze più utili. Il cardiologo clinico che legge l’esame deve conoscere il valore dei fattori prognostici da leggere, non solo la frazione di eiezione ventricolare, ma anche la valutazione della fibrosi, della sua estensione e la caratterizzazione tissutale (edema, fibrosi, infiltrazione lipidica) in modo da poter eseguire una terapia sartoriale per ogni paziente.
