SIMPOSIO
Cosa c’è di nuovo nella gestione clinica dell’ipertensione arteriosa

di Mariafrancesca Di Santo
Focus sui criteri diagnostici, biomarcatori e innovazioni terapeutiche per una gestione sempre più personalizzata. La sessione ha offerto un aggiornamento completo sull’approccio clinico all’ipertensione arteriosa, tra evoluzione dei criteri diagnostici, uso dei biomarcatori e strategie farmacologiche innovative, incluso l’impiego della polipillola e della medicina molecolare.

L’ipertensione arteriosa rimane la condizione clinica più frequente che il cardiologo è chiamato a trattare, di grande interesse clinico e con una prevalenza in crescita anche tra le fasce di popolazione più giovani. La sessione “Cosa c’è di nuovo nella gestione clinica dell’ipertensione arteriosa” ha rappresentato un’occasione preziosa per fare il punto sulle principali novità scientifiche e pratiche nella diagnosi, nella stratificazione del rischio e nelle opzioni terapeutiche di una condizione che colpisce oltre un miliardo di persone nel mondo.

La Prof.ssa Cristina Angela Giannattasio e il Prof. Paolo Verdecchia hanno aperto i lavori sottolineando come l’ipertensione non sia più considerata soltanto un valore pressorio elevato, ma una vera e propria disfunzione sistemica multifattoriale, che richiede una visione globale del paziente e un approccio integrato, personalizzato e precoce. Resta, infatti, un problema di sanità pubblica importante essendo il più frequente fattore di rischio modificabile.

Il Prof. Stefano Taddei ha aperto le relazioni con un intervento dedicato alle “soglie in movimento” per la diagnosi dell’ipertensione. Le recenti linee guida europee ed americane hanno posto l’accento su un abbassamento delle soglie per la diagnosi e il trattamento, in particolare nei pazienti ad alto rischio. Mentre l’ESC/ESH mantiene la soglia diagnostica a 140/90 mmHg, le linee guida ACC/AHA del 2017 hanno ridotto la soglia a 130/80 mmHg. Infine, le linee guida ESC 2024 definiscono la condizione clinica “elevated blood pressure” per valori pressori al di sopra di 120/70 mmHg (Figura 1).

La varietà di queste definizioni potrebbe risiedere nel fatto che non esiste un reale cut-off numerico per definire una soglia di pericolo perché, come oramai noto, la correlazione fra riduzione dei valori pressori ed eventi avversi non segue un andamento lineare ma, piuttosto, una curva a J. (Figura 2)

Il Dott. Gian Francesco Mureddu ha proseguito con una presentazione sul ruolo emergente dei biomarcatori nella stratificazione del rischio ipertensivo. L’integrazione di parametri tradizionali con marcatori di danno d’organo e di congestione, come NT-proBNP, troponine ultrasensibili, albuminuria e marcatori di disfunzione d’organo, permette una definizione più precisa del rischio individuale. La valutazione del danno d’organo precoce (cuore, reni, retina, cervello) consente di identificare fenotipi ipertensivi ad alto rischio anche in pazienti con valori pressori borderline. Inoltre, l’utilizzo combinato di questi parametri a metodiche di quantificazione della placca, potrebbero rivelarsi ottimi alleati nella stratificazione del rischio cardiovascolari. Strumenti utili sono l’utilizzo del Pulse Wave velocity, il calcium score fino a metodiche più complesse con ricostruzioni tridimensionali della placca.

Infine, il Dott. Alessandro Maloberti ha esplorato le nuove frontiere biomolecolari nel trattamento dell’ipertensione arteriosa. Si è parlato di target innovativi come il recettore dei mineralcorticoidi su cui agisce, inibendoli, Ocedurenone, che però in fase 3 di sperimentazione non ha dimostrato un impatto rilevante nella riduzione dei valori di pressione arteriosa. Fallimentare anche il ruolo nella ipertensione resistente della molecola XXB 750, agonista di NPR-1, che ha dimostrato un aumento di ospedalizzazioni per riacutizzazione di scompenso cardiaco acuto.  Interessante il farmaco Baxdrostat, un inibitore della sintesi dell’aldosterone che agisce diminuendo la molecola in circolo e dunque la sua attività recettoriale. Quest’ultimo ha dimostrato una azione favorevole in termini di riduzione della pressione arteriosa nei pazienti resistenti.  In merito ai tanto discussi siRNA, i primi dati di fase 1 sono stati pubblicati nel 2023 e hanno visto come protagonista la molecola Zilebesiran. Si otteneva una riduzione di circa 12 mmHG con una iniezione semestrale e una riduzione del 99.9% di angiotensinogeno. KARDIA-3 è uno studio di fase 3 ancora in corso in cui Zilebesiran viene aggiunto come add-on therapy nei pazienti ad elevato rischio cardiovascolare e ipertensione arteriosa scarsamente controllata dalle terapie standard. Questa nuova prospettiva terapeutica consentirebbe, in un futuro non troppo lontano, di riuscire a modulare le terapie farmacologiche in questa categoria di pazienti non responsivi a dosi terapeutiche massimali.

Altro tema caldo è stato quella della associazione di molecole per la terapia di combinazione e l’utilizzo di polipill. Le linee guida internazionali suggeriscono in prima battuta l’associazione di due molecole e, in caso di controllo pressorio subottimale, l’aggiunta di una terza molecola a basso dosaggio. Questa è una delle novità apportate rispetto al vecchio documento in cui veniva suggerito di utilizzare dosi crescenti delle due molecole e, solo successivamente, l’associazione del terzo farmaco.

La discussione conclusiva ha ribadito quanto l’ipertensione arteriosa, pur essendo una patologia apparentemente semplice da diagnosticare, presenti oggi un panorama clinico sempre più articolato, dove la medicina di precisione, la tecnologia e l’educazione terapeutica sono alleati imprescindibili. L’integrazione tra nuovi strumenti diagnostici, strategie farmacologiche efficaci e approccio personalizzato rappresenta la chiave per affrontare con successo una delle principali minacce alla salute pubblica globale.

Mariafrancesca
Di Santo