SCOMPENSO CARDIACO AVANZATO E L-VAD: COLMARE IL GAP TRA EVIDENZE E PRATICA CLINICA

di Raffaele Abete
Dal nodo critico del referral alle nuove reti nazionali di riabilitazione: gli esperti tracciano la “roadmap” per ottimizzare sopravvivenza e qualità di vita.

Il trattamento dello scompenso cardiaco avanzato in Italia si trova davanti a un bivio. Se da un lato la tecnologia ha fatto passi da gigante, dall’altro persiste una resistenza culturale che limita l’accesso dei pazienti a terapie salvavita come il supporto meccanico al circolo (VAD). Durante la sessione dedicata, gli esperti hanno analizzato le criticità del percorso del paziente, dal momento del referral fino alla riabilitazione.

Il nodo del Referral: perché l’Italia è in stallo?

L’intervento del Dott. Cipriani ha aperto la discussione con dati di forte impatto: in Italia si effettuano circa 2 impianti di VAD per milione di abitanti, contro gli 8,7 della Germania. Nonostante l’esperienza confermi l’efficacia del trattamento, solo il 10-15% dei pazienti con indicazione clinica riceve effettivamente il dispositivo. La barriera principale è il “referral ritardato”. Molti cardiologi generalisti percepiscono il supporto meccanico come una terapia prematura o ad alto rischio: solo il 44% utilizza regolarmente i criteri HFA-ESC e il 50% dichiara di ignorare i livelli di raccomandazione delle linee guida. Identificare il paziente giusto richiede una sinergia tra la comunità accademica: per la diffusione dei criteri scientifici, referral team e medici clinici: per superare l’avversione al rischio, pazienti e caregiver per una corretta percezione del rapporto beneficio/rischio. In conclusione, il dott.Cipriani enfatizza come l’insufficienza cardiaca avanzata richieda un riconoscimento precoce e il modello hub-and-spoke sia ancora lo standard raccomandato per strutturare le reti di cura per lo scompenso cardiaco avanzato, sforzandosi però di superare il limitato accesso agli strumenti di valutazione e la scarsa consapevolezza dei criteri di invio. Per raggiungere tale scopo, strumenti digitali e l’implementazione della telemedicina possono ridurre i ritardi nell’invio e la cultura delle terapie avanzate va estesa alla periferia con dati chiari, trasparenti e verificati.

VAD vs Trapianto: non avversari, ma uniti nel “bridge to life”

Il Dott. Loforte ha spostato il focus sulle prospettive cliniche, introducendo il concetto di “prolungamento netto di vita”. La scelta tra VAD e trapianto non deve essere vista come una gerarchia rigida, ma come un processo decisionale che mette il paziente al centro, bilanciando aspetti psicosociali, complicanze e obiettivi di vita. L’uso del VAD viene oggi favorito in scenari specifici: tempi di attesa in lista troppo lunghi, pazienti giovani (sotto i 50 anni) con profili immunologici complessi o in presenza di controindicazioni relative al trapianto (come l’obesità o l’ipertensione polmonare reversibile). Sebbene il trapianto resti il gold standard per sopravvivenza a lungo termine, i nuovi dispositivi come l’HeartMate3 hanno rivoluzionato l’emocompatibilità, riducendo drasticamente eventi avversi storici come trombosi di pompa e sanguinamenti. Dai dati INTERMACS emerge come la popolazione di pazienti giovani, di età inferiore a 50 anni, sia quella che maggiormente beneficia dell’impianto di LVAD e che tale risultato non è inficiato da sesso, etnia, supporto sociale, profilo psicofisico. L’analisi dei dati del registro EUROMACS ha fornito risultati simili, con una sopravvivenza di circa il 74% dei pazienti sottoposti ad impianto di LVAD < 50 anni, a fronte di un ottimo profilo di tollerabilità, soprattutto per quanto riguarda i disturbi legati all’emocompatibilità (sanguinamento, trombosi). Il dott. Loforte conclude il suo intervento sottolineando come LVAD e trapianto cardiaco non siano degli interventi antitetici o antagonisti ma come in realtà entrambi possano contribuire al “net prolongation of life” dei pazienti con insufficienza cardiaca avanzata.

Dalla valutazione clinica preimpianto alla riabilitazione

La sessione ha approfondito anche gli aspetti tecnici con il contributo di Luca Botta e Luciano Potena, che hanno presentato un caso clinico sull’importanza cruciale della valutazione della funzione ventricolare destra. L’uso mirato di inotropi (come l’enoximone) si rivela fondamentale per stratificare il rischio di insufficienza destra post-impianto, uno dei principali determinanti dell’outcome precoce, integrando la valutazione non-invasiva ecocardiografica con quella invasiva mediante cateterismo cardiaco destro. In chiusura, il contributo di Massimo Pistono sulla riabilitazione ha ribadito un concetto fondamentale: il successo dell’intervento non termina in sala operatoria. Dati alla mano, la riabilitazione cardiologica (CR) non è un “optional” ma un potente strumento di prevenzione. Pistono ha mostrato evidenze schiaccianti (p=0.0004) che dimostrano come la partecipazione a programmi di CR riduca drasticamente la curva dei ricoveri cumulativi nel primo anno post-impianto. Il 2026 segna il consolidamento delle linee guida sull’intensità dell’esercizio nei pazienti VAD, con benefici misurabili non solo sulla capacità funzionale, ma anche sulla qualità della vita (scala KCCQ) e sulla riduzione di ansia e depressione (scala HADS). Il passaggio dall’ospedale al domicilio è forse il momento più critico. Pistono ha citato la complessità della Discharge Check-list: un protocollo in 15 punti che include la formazione del caregiver, la gestione della linea di alimentazione (driveline), la notifica ai soccorritori locali e il coordinamento con il medico di base; da qui, in collaborazione con ITACARE-P (Italian Alliance for Cardiovascular Rehabilitation and Prevention), è stato elaborato un percorso formativo per le cardiologie riabilitative (Cardiorehab VAD-emecum). Il progetto mira a colmare la carenza di supporto nella fase post-acuta attraverso:

1)Mappatura Nazionale: Identificazione dei centri riabilitativi “recettivi” con esperienza specifica in VAD e trapianti.

2)Tele-Riabilitazione: Uso di teleconsulto e telemonitoraggio per abbattere i costi e facilitare la gestione dei pazienti lontani dai grandi centri di impianto.

3)Formazione sul campo: Un calendario di corsi residenziali previsti per il biennio 2026-2027 (Genova, Roma, Napoli, Milano) per creare una lingua comune tra cardiochirurghi e cardiologi riabilitatori.

 

Raffaele Abete
Raffaele Abete