CLINICAL COMPETENCE IN HYPERTENSION 2026: DALLA PRESSIONE ARTERIOSA AL RISCHIO CARDIO-RENO-METABOLICO, VERSO UNA MEDICINA SEMPRE PIÙ PERSONALIZZATA

di Ilaria Maraschi
Le nuove linee guida ESC, il peso dell’aderenza terapeutica e il concetto emergente di rischio cardio-reno-metabolico al centro di una sessione ad alta intensità scientifica del Congresso ANMCO 2026.

Nella Sala del Parco del 57° Congresso Nazionale ANMCO si è svolta la sessione “Clinical Competence in Hypertension 2026”, moderata dal Dott. Adriano Murrone e dal Dott. Paolo Verdecchia, che ha offerto una visione aggiornata e multidimensionale della gestione dell’ipertensione arteriosa. Dalle nuove Linee Guida ESC alla stratificazione del rischio cardiorenometabolico, fino al ruolo centrale della terapia di combinazione, il messaggio emerso è stato chiaro: trattare la pressione arteriosa oggi significa andare oltre il semplice valore numerico.

Ad aprire i lavori è stato il Prof. Giovambattista Desideri con una riflessione provocatoria già nel titolo della relazione: “Linee Guida ESC sull’ipertensione: le stiamo applicando?”. Il relatore ha ricordato come, nonostante la disponibilità di documenti sempre più dettagliati e strutturati, il controllo pressorio resti ancora largamente insufficiente nella pratica clinica quotidiana.
Le nuove Linee Guida ESC 2024 pongono infatti obiettivi terapeutici più ambiziosi, identificando come target ottimale valori pressori compresi tra 120-129/70-79 mmHg nei pazienti che tollerano il trattamento. Un approccio che impone una gestione più precoce, intensiva e soprattutto personalizzata dell’ipertensione. Centrale è anche il superamento del concetto di “cura standardizzata”: il paziente anziano fragile, il soggetto con danno d’organo, il diabetico o il paziente con malattia renale cronica richiedono strategie differenti e una valutazione globale del rischio.
Desideri ha inoltre sottolineato il ruolo fondamentale del danno d’organo subclinico e della stratificazione del rischio cardiovascolare, evidenziando come strumenti quali SCORE2, monitoraggio pressorio domiciliare e ricerca di ipertrofia ventricolare sinistra, albuminuria o rigidità arteriosa siano ormai parte integrante della valutazione clinica moderna.

La sessione ha quindi ampliato lo sguardo oltre la semplice ipertensione grazie all’intervento del dott. Gian Francesco Mureddu sul tema del rischio cardiorenometabolico. Una relazione di grande respiro culturale e clinico, che ha mostrato come cuore, rene e metabolismo siano strettamente interconnessi all’interno di una stessa sindrome sistemica.
Partendo da riferimenti storici che risalgono addirittura all’antico Egitto e a riferimenti presenti nella Bibbia, il relatore ha ripercorso l’evoluzione del concetto di sindrome cardio-reno-metabolica (CKM), oggi considerata una delle principali sfide della medicina cardiovascolare moderna. Obesità viscerale, diabete, malattia renale cronica e infiammazione cronica costituiscono infatti un continuum fisiopatologico che accelera il danno cardiovascolare e favorisce scompenso cardiaco, fibrillazione atriale, ictus e aterosclerosi.
Grande attenzione è stata data al modello “Life’s Essential 8” dell’American Heart Association, che integra ai classici fattori di rischio anche aspetti spesso trascurati come salute mentale, sonno e determinanti sociali. Un approccio che sposta il focus dalla singola malattia alla salute cardiovascolare globale del paziente.
Mureddu ha inoltre evidenziato come l’adiposità viscerale rappresenti uno dei principali motori del rischio cardiorenometabolico, favorendo infiammazione, disfunzione endoteliale, diabete e progressione della malattia cardiovascolare. Centrale anche il concetto di screening precoce e identificazione dei pazienti a rischio, con particolare attenzione ai soggetti apparentemente sani ma già portatori di danno subclinico.

Successivamente il Dott. Alessandro Aiello ha affrontato il tema della terapia antipertensiva e della “forza delle associazioni precostituite”. Il relatore ha illustrato come le combinazioni fisse rappresentino oggi non solo una scelta farmacologica efficace, ma anche uno strumento concreto per migliorare aderenza terapeutica e persistenza al trattamento.
La scarsa aderenza è stata definita un vero e proprio “fattore di rischio occulto”: molti pazienti interrompono o assumono in maniera discontinua la terapia, vanificando il beneficio clinico. Ridurre il numero di compresse e semplificare gli schemi terapeutici consente invece di ottenere un controllo pressorio più rapido e stabile, con una riduzione degli eventi cardiovascolari.
Particolare attenzione è stata dedicata alle associazioni tra sartani e calcio antagonisti. I sartani, grazie al miglior profilo di tollerabilità rispetto agli ACE-inibitori, favoriscono una maggiore persistenza terapeutica; l’associazione con calcio-antagonisti permette inoltre una sinergia efficace sul controllo pressorio e riduce alcuni effetti collaterali, come l’edema periferico.
Interessanti anche i dati presentati sull’efficacia delle single pill combinations nel “mondo reale”, con evidenze di riduzione degli eventi cardiovascolari e miglior controllo pressorio rispetto alla strategia sequenziale basata sulla monoterapia. Il concetto emerso è che “prima e meglio” può realmente cambiare la prognosi del paziente iperteso.

Tra i messaggi più rilevanti della sessione emerge quindi la necessità di una medicina realmente centrata sulla persona. L’ipertensione non può più essere considerata un semplice numero da correggere, ma un fattore di rischio inserito in un quadro complesso che coinvolge metabolismo, funzione renale, stile di vita, aderenza terapeutica e fragilità biologica.
In un’epoca caratterizzata da terapie sempre più efficaci e linee guida sempre più precise, la vera sfida sembra essere quella di tradurre le evidenze scientifiche nella pratica quotidiana. Perché, come ricordato più volte durante la sessione, controllare la pressione significa oggi soprattutto prevenire il danno cardiovascolare futuro e aggiungere non solo anni alla vita, ma anche vita agli anni.

 

Ilaria Maraschi