Valutazione e protezione renale: il ruolo di eGFR e UACR
Dott. Luciano Babuin (Piove di Sacco, PD)
La protezione d’organo nel paziente cronico richiede oggi un superamento della valutazione basata esclusivamente sulla creatinina plasmatica. Come sottolineato dal Dott. Babuin, la stima della velocità di filtrazione glomerulare (eGFR) e il calcolo della microalbuminuria, misurata attraverso il rapporto tra albuminuria e creatinina urinaria (UACR), devono diventare parametri sistematici anche in prevenzione primaria. La rilevanza clinica è immediata: un valore di eGFR inferiore a 60 ml/min/1.73 m² identifica un paziente ad alto rischio vascolare, con un target di LDL – C strettamente inferiore a 70 mg/dL. Se l’eGFR scende sotto la soglia di 30, il rischio diventa “molto alto”, imponendo un target LDL – C inferiore a 55 mg/dL. Dal punto di vista terapeutico, la gestione dell’iperfiltrazione e della proteinuria si fonda sui quattro pilastri della protezione renale: l’inibizione del sistema renina-angiotensina (RAASi), l’impiego di SGLT2 inibitori, l’utilizzo di GLP – 1 receptor agonists e l’introduzione degli antagonisti non steroidei del recettore dei mineralocorticoidi (nsMRA). Mentre i RAASi agiscono sulla vasodilatazione dell’arteriola efferente, gli SGLT2i inducono una vasocostrizione dell’afferente ripristinando il feedback tubulo-glomerulare. I dati del trial FLOW confermano che semaglutide riduce del 24% il rischio di endpoint renali compositi, agendo anche sulla riduzione della progressione della malattia renale cronica (CKD).
Infiammazione: nuovi target e terapie emergenti
Dott.ssa Stefania A. Di Fusco (Roma)
L’infiammazione sistemica di basso grado gioca un ruolo causale e non meramente ancillare nella malattia aterosclerotica residua. La Dott.ssa Di Fusco ha evidenziato come circa il 59% dei pazienti con ASCVD presenti livelli di hsCRP ≥ 2 mg/L, un biomarker che si è dimostrato essere un predittore di morte cardiovascolare più potente del colesterolo LDL nei pazienti già a target lipidico. La ricerca clinica si è focalizzata sull’inflammasoma NLRP3 e sull’asse IL-1β/IL-6. Se farmaci come il metotrexate non hanno mostrato benefici clinici, i risultati dello studio CANTOS (anti-IL-1β) hanno aperto la strada alla nuova frontiera: l’inibizione diretta dell’interleuchina-6. In questo ambito, lo studio RESCUE ha dimostrato l’efficacia di ziltivekimab nel ridurre drasticamente i livelli di hsCRP in pazienti con CKD. Il 2026 vede la cardiologia in attesa dei risultati definitivi dei trial di fase 3: lo studio ZEUS su pazienti con ASCVD e CKD, lo studio HERMES incentrato sullo scompenso cardiaco a frazione d’eiezione preservata o lievemente ridotta (HFpEF/HFmrEF) e lo studio ARTEMIS nel contesto dell’infarto miocardico acuto.
Eccesso di peso e protezione cardiovascolare
Prof. Michele Massimo Gulizia (Catania)
L’impatto dell’obesità sulla mortalità cardiovascolare è netto: un terzo dei pazienti obesi muore per cause cardiache. Il Prof. Gulizia ha ricordato come ogni punto di incremento del BMI aumenti del 10% il rischio di malattia aterosclerotica e del 3% quello di fibrillazione atriale. Gli effetti antiaterosclerotici dei GLP – 1 RA si sono dimostrati determinanti nel trial SELECT, dove semaglutide 2.4 mg ha ridotto i MACE del 20%. È fondamentale notare come la riduzione del rischio inizi precocemente (già intorno al 20° giorno), suggerendo un beneficio legato alla stabilità della placca e alla riduzione dell’infiammazione vascolare piuttosto che al solo calo ponderale. Un capitolo emergente riguarda il tessuto adiposo epicardico, il cui volume è direttamente proporzionale allo sviluppo di HFpEF. I risultati degli studi STEP – HFpEF e STEP – HFpEF DM confermano che la riduzione del carico adiposo si traduce in un miglioramento della capacità funzionale e dei sintomi. Inoltre, l’analisi del trial STEER suggerisce che, nonostante altre molecole come tirzepatide mostrino una riduzione di peso superiore, semaglutide mantiene una solidità clinica distintiva nella riduzione degli eventi duri (infarto e stroke).
Efficienza cellulare e rimodellamento miocardico
Prof. Massimo Iacoviello (Foggia)
La protezione del miocardio nello scompenso cardiaco deve guardare oltre l’attivazione neuro ormonale classica, puntando alla performance del miocardiocita e alla gestione della miopatia atriale. Gli SGLT2i agiscono positivamente sul sistema dell’autofagia, il processo di “pulizia” cellulare che rimuove componenti danneggiati, migliorando l’efficienza energetica del cuore. Studi come il PROVE – HF hanno già documentato la capacità di queste molecole di indurre un rimodellamento inverso, con riduzione dei livelli di NT-proBNP e dei volumi ventricolari. L’integrazione con i GLP-1 RA apporta benefici strutturali ulteriori, come la riduzione del volume atriale e il miglioramento del riempimento diastolico. In questo scenario si inserisce con forza il finerenone (trial FIGARO – DKD e FIDELIO – DKD), antagonista non steroideo dei mineralocorticoidi che blocca selettivamente i processi di fibrosi e infiammazione. L’analisi dei biomarker condotta da Berger et al. conferma che il finerenone riduce significativamente lo stress parietale e il danno miocardico, posizionandosi come quarto pilastro fondamentale per stabilizzare i pazienti con sindrome cardiorenale e prevenire le ospedalizzazioni
