IL RISCHIO CARDIOVASCOLARE RESIDUO: NUOVE FRONTIERE OLTRE I FATTORI TRADIZIONALI

di Gerardo Nigro
Una sessione del Congresso ANMCO 2026 ha approfondito i fattori di rischio cardiovascolare non convenzionali, sempre più centrali nella prevenzione degli eventi cardiovascolari maggiori nonostante il controllo dei fattori classici. Dal ruolo delle infezioni e delle vaccinazioni al legame con disturbi psichiatrici e microbiota intestinale: al Congresso ANMCO 2026 il focus sui determinanti emergenti del rischio residuo cardiovascolare.

Nel corso del Congresso ANMCO 2026 è stata dedicata una sessione ai fattori di rischio cardiovascolari non convenzionali, un argomento, ma su cui sono ancora poche luci e molte ombre, ma che sta acquisendo sempre maggiore importanza. Infatti, si stima che il 50% degli eventi maggiori cardiovascolari avvenga nonostante un adeguato controllo dei fattori di rischio tradizionali (fumo, diabete, ipertensione, dislipidemie). Pertanto, c’è un “rischio residuo” che i cardiologi di oggi e di domani devono conoscere e saper trattare. La sessione si è aperta con una relazione sul ruolo delle vaccinazioni nella popolazione affetta da malattie cardiovascolari. È noto, infatti, che le infezioni peggiorano gli outcome cardiovascolari attraverso l’attivazione dell’infiammazione locale e/o sistemica. La PCR ad elevata sensibilità è un marker di infiammazione sistemica latente. È stato osservato che livelli aumentati di questo marker sierico si associano ad elevata mortalità cardiovascolare nonostante livelli di colesterolo LDL a target. L’attivazione dell’infiammazione comporta un aumento di eventi cardiovascolari maggiori attraverso l’aumento attività e dell’aggregazione piastrinica, promuovendo la vasocostrizione, inducendo disfunzione endoteliale e provocando l’instabilità di placca. Quindi la PCR ad elevata sensibilità può essere considerata a tutti gli effetti tra i marker di rischio cardiovascolare residuo. Sia le infezioni acute (polmonite, influenza) che le infezioni croniche (epatite B/C, HIV, herpes zoster virus) sono associate a vasculopatia, con aumento di eventi come IMA e stroke, e ad aumento degli eventi di scompenso cardiaco. Quindi nel corso della relazione è stata ribadita l’importanza delle strategie preventive, come i vaccini. Già nel 2021 le linee guida dell’ESC sullo scompenso cardiaco ponevano in classe IIa la vaccinazione anti-influenza e anti-pneumococcica per prevenire le ospedalizzazioni per scompenso. Inoltre, di recente è stato pubblicato a tal proposito un Consensus Statement dell’ESC, contenente le indicazioni su: quali vaccini raccomandare alla popolazione affetta da malattie cardiovascolare, le loro modalità di somministrazione, eventuale possibilità di somministrazione in condizioni acute e le loro possibili associazioni. La successiva relazione ha approfondito il rapporto tra le malattie cardiovascolari e le malattie psichiatriche. Questa associazione è nota fin dall’antichità e da decenni studi epidemiologici hanno dimostrato come depressione, ansia e stress post-traumatico sono connessi a un aumentato rischio cardiovascolare. L’interazione tra questi due ambiti è bidirezionale. La popolazione affetta da malattie psichiatriche è maggiormente vulnerabile dal punto di vista cardiovascolare: in media ha una bassa scolarità, è una popolazione sedentaria, spesso manca un supporto familiare/sociale adeguato, ha una maggiore abitudine al fumo, può essere poco aderente alle terapie o rifiutare cure o accertamenti sanitari, molto spesso sintomi come cardiopalmo o dispnea possono essere sottostimati ed erroneamente attribuiti alla comorbidità psichiatrica; mostrano un aumento del tono simpatico; assumono farmaci che possono peggiorare il profilo metabolico (come l’olanzapina), che prolungano l’intervallo QT o che peggiorano la funzione sistolica come la clozapina. Anche in questo caso è stata redatto un Consensus Statement d’ESC nel 2025 che sottolinea l’importanza di una presa in carico multidisciplinare di questi pazienti vista la stretta interconnessione tra queste patologie. La terza e ultima relazione ha trattato le implicazioni del microbiota intestinale nelle malattie cardiovascolari. Il microbiota, che può essere considerato come un vero e proprio organo, è coinvolto in migliaia di funzioni metaboliche, come: sintesi e assorbimento vitamine, digestione dei polisaccardi, delle proteine e funzione di barriera difensiva. È stato osservato come questo sia in grado di produrre sia metaboliti anti-aterogeni (come SCFA e acidi biliari) che proaterogeni e pro-infiammatori (indossile solfato, lipopolisaccaride, peptidoglicane, TMAO). Tuttavia, si tratta di un ambito in cui le evidenze al momento scarseggiano per vari motivi: non esiste una definizione precisa di microbiota patologico, è un “organo” vario e variabile in termini di composizione sia nel tempo che nei vari tratti intestinali, gli unici studi condotti sono pre-clinici, non randomizzati e molto eterogenei tra loro per tecniche di analisi usate (e dunque poco confrontabili tra loro). In conclusione, la sessione ha evidenziato come il concetto di rischio cardiovascolare stia progressivamente evolvendo oltre i tradizionali fattori modificabili: infiammazione cronica, infezioni, disturbi psichiatrici e microbiota intestinale rappresentano ambiti complessi ma sempre più rilevanti nella comprensione del “rischio residuo” cardiovascolare che dovranno essere necessariamente presi in considerazione dai cardiologi del futuro per ridurre gli eventi cardiovascolare.

 

Gerardo Nigro
Gerardo Nigro