Apre la sessione il Dott. Riccio sottolineando come la Cardiologia riabilitativa ricopra un ruolo cruciale nella salute e nel trattamento del paziente cardiologico. Tuttavia, nonostante le numerose evidenze ormai disponibili, risulta essere una risorsa poco utilizzata. Le cause alla base di questo fenomeno coinvolgono fattori legati al medico (che spesso non propone al paziente il percorso), fattori legati al paziente (che talvolta non accetta o non ha costanza nel percorso) ma anche all’organizzazione con centri non sono adeguatamente strutturati e liste d’attesa lunghe con un’offerta insufficiente a soddisfare le necessità. Il risultato è un aumento delle riospedalizzazioni con peggior qualità di vita del paziente e, conseguentemente, della spesa sanitaria. Sarebbe necessario un cambio di passo, ha sottolineato Riccio, facendo in modo che la riabilitazione non sia solo raccomandata, ma realmente integrata nei PDTA ospedalieri, coinvolgendo il paziente già al momento dell’evento acuto: spiegare al paziente l’importanza della riabilitazione, programmare l’appuntamento già alla dimissione, coinvolgere i team ospedalieri, e soprattutto potenziare i programmi ambulatoriali dove la degenza non sia necessaria sono strategie imprescindibili per migliorare l’accesso alle cure riabilitative.
A rafforzare l’importanza dell’approccio integrato è intervenuta l’infermiera Alessia Micone, dall’UTIC di Pescara, sottolineando l’importanza di indirizzare al percorso della Cardiologia riabilitativa il paziente dopo un evento coronarico acuto, stratificandone il rischio di recidiva e coinvolgendolo attivamente nel percorso terapeutico. L’adesione del paziente alle cure passa certamente anche dalla possibilità di sentirsi parte di un progetto, non solo destinatario passivo delle cure. Oltre alla terapia farmacologica – in primis DAPT e statine, il paziente coronaropatico deve lavorare su stile di vita, attività fisica e supporto psicologico. Elementi come il fumo, la scarsa qualità del sonno, ma anche ansia e depressione post-evento ischemico, incidono profondamente sulla prognosi a lungo termine. La depressione, presente in circa il 15% dei pazienti dopo un infarto, è ormai riconosciuta dalle linee guida ACC/AHA come fattore da screenare e trattare attivamente, per migliorare l’aderenza terapeutica e la qualità della vita. Anche il sonno entra oggi nella gestione del paziente cardiologico. Disturbi respiratori notturni come le OSAS (apnee ostruttive del sonno) sono associati a peggioramento della funzione cardiaca, ipertensione e aritmie. Micone ha sottolineato l’utilità di monitoraggi con device dedicati e la possibilità di trattamento con CPAP o MAD a seconda della gravità.
Un altro tassello fondamentale dell’approccio multidisciplinare è stato approfondito dalla Dott.ssa Scalvini, che ha parlato dell’esercizio fisico come terapia. Non è solo attività fisica, ma una vera e propria medicina che agisce su molteplici livelli. Riduce la mortalità, migliora la qualità della vita, previene recidive. Serve un programma personalizzato, che includa training aerobico, esercizi di forza e fisioterapia respiratoria. Secondo le più recenti review sistematiche, la combinazione di resistenza e forza è oggi il gold standard riabilitativo. Un dato interessante viene mostrato da uno studio del 2025 che ha sottolineato che non è solo il volume, ma soprattutto l’intensità dell’attività fisica a fare la differenza sugli outcome clinici. Questo richiede una supervisione esperta e progressiva, con adattamento dinamico degli esercizi alla condizione del paziente. La Dott.ssa Scalvini ha poi evidenziato come la continuità assistenziale sia essenziale: l’inizio precoce in fase acuta deve essere seguito da un proseguimento nelle fasi subacute e croniche, attraverso modelli residenziali, ambulatoriali o domiciliari. La teleriabilitazione rappresenta una frontiera interessante, soprattutto per la continuità nei pazienti a rischio di abbandono, anche se la compliance risulta talvolta più bassa rispetto ai programmi in presenza. Per concludere, il filo conduttore emerso da tutti gli interventi è chiaro: la cura del paziente cardiologico deve essere integrata, coordinata e centrata sulla persona.
